La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne ci ricorda ogni anno quanto il fenomeno sia radicato e complesso. Ma c’è una parte della realtà che rimane ancora troppo spesso ai margini del dibattito pubblico: la violenza sulle donne con disabilità. Un tema che non riguarda poche persone, ma una parte significativa della popolazione femminile italiana, con rischi e vulnerabilità moltiplicati rispetto alla media.
Un rischio più alto, ma poco discusso
Le donne con disabilità, secondo le principali ricerche internazionali e nazionali, subiscono più spesso:
- violenza psicologica,
- emarginazione e ricatti,
- abusi fisici e sessuali,
- violenza economica,
- mancanza di accesso ai percorsi di protezione.
A rendere la situazione ancora più difficile è il fatto che molte di loro dipendono dal partner, da un familiare o da un caregiver per le attività quotidiane. Questo sbilanciamento di potere può creare condizioni perfette per maltrattamenti nascosti, difficili da denunciare e ancor più difficili da intercettare dai servizi sociali.
C’è un piano nazionale, ma mancano i dati
L’Italia ha fatto un passo avanti con il Piano nazionale contro la violenza 2025-2027, che per la prima volta include misure pensate specificamente per le donne con disabilità. Il Piano parla di:
- maggiore accessibilità fisica e digitale dei centri antiviolenza,
- formazione specifica per operatori e forze dell’ordine,
- strumenti di comunicazione alternativi (LIS, comunicazione aumentativa),
- percorsi di accoglienza più personalizzati.
Tuttavia, c’è un punto critico che anche le associazioni denunciano da anni: mancano completamente i dati disaggregati. In poche parole, non sappiamo con precisione:
- quante donne con disabilità subiscono violenza,
- quali sono le forme più diffuse,
- quali categorie risultano più esposte.
Senza numeri chiari, è difficile progettare politiche efficaci e misurare i progressi. È come cercare di curare una malattia senza una diagnosi.
Barriere che non sono solo architettoniche
Quando si parla di donne con disabilità e violenza, è importante ricordare che gli ostacoli non sono solo “fisici”. Le barriere principali sono:
- comunicative, quando una donna non può esprimere chiaramente ciò che accade;
- culturali, con stereotipi che le vedono come fragili, passive o asessuate;
- istituzionali, con servizi che spesso non hanno competenze specifiche;
- economiche, perché molte donne con disabilità dipendono finanziariamente dal maltrattante.
Questa stratificazione di ostacoli rende più difficile denunciare, farsi credere, ottenere protezione e ricostruire la propria autonomia.
Perché parlarne è fondamentale
Dare visibilità al tema non è un esercizio retorico: è un atto necessario. Un Paese civile non può permettersi che proprio chi ha più bisogno di tutele resti invece ai margini, non visto, non ascoltato.
Parlarne significa:
- riconoscere che la violenza non colpisce tutte le donne allo stesso modo,
- chiedere più competenze nei servizi pubblici,
- potenziare le reti territoriali di supporto,
- garantire accesso, dignità e ascolto a tutte.
La violenza contro le donne con disabilità è un fenomeno sommerso, ma non invisibile per chi sceglie di guardare.
L’Italia ha avviato un percorso importante con il Piano nazionale, ma senza dati chiari e investimenti adeguati rischiamo di rimanere solo alle buone intenzioni.
Rompere il silenzio, costruire percorsi accessibili e credere alle donne che chiedono aiuto: questo è il primo passo per trasformare un’emergenza invisibile in una battaglia collettiva di civiltà.





